Lettera di un bimbo operato… cinquant’anni fa!

Di seguito l’intervento al corso di Crema “Le craniostenosi: dalla diagnosi al trattamento” (26 maggio 2012) del dott. Giordano, neuropsichiatra infantile operato di craniostenosi.

Questo intervento è atipico rispetto a quello che vi potete aspettare, state vedendo la copertina della cartella clinica del Besta dove sono stato ricoverato.
Utilizzo il metodo caro a quei congressi dove la psicoanalisi è di casa, preparare l’intervento scritto, non utilizzare una presentazione in Power Point, se non qualche foto; leggerlo ad alta voce e far si che le parole che utilizzo (di solito vado a braccio) siano rimbalzate dentro di me fino a diventare parole dense e piene.
Questo perché io sono un paziente operato di craniostenosi, sono un figlio di una madre (non ho padre) che aveva un figlio con una craniostenosi e sono un neuropsichiatria infantile e in questi anni ho fatto diagnosi di craniostenosi a madri e padri e ho inviato tanti bambini all’intervento, ben sapendo cosa significa e quindi posso “autorevolmente” raccontarvi” di cosa si tratta da tanti punti di vista e so che ognuno di voi, che gioca un solo ruolo, si ritroverà.
Io ne ho giocati/vissuti tanti e oggi, posso finalmente raccontarlo.
Sono nato l’8.11.1962, il 2012 è l’anno dei miei 50 anni.
Il racconto che vi sto leggendo prevede tre visioni diverse, sottoforma di capitoli, come se stessi leggendo un libro
• la mia mamma, quello che racconta sull’intervento ancor oggi,
• io che ho scoperto da grandicello di avere una cicatrice perché mi avevano aperto la testa,
• io che da neuropsichiatria racconto ai genitori cosa è la craniostenosi.

Capitoletto 1 La mia mamma
Per anni e ancora adesso quando racconta cosa è successo tra gennaio e febbraio 1964 (avevo 14 mesi), mentre fuma l’ennesima sigaretta, dice che la craniostenosi dipende dal fatto che “è stato un parto complicato, sei rimasto con la testa dentro e fuori perché nessuno voleva tagliare e allora ho urlato imprecato, pregato, e hanno tagliato, e tu sei uscito, ma sei rimasto un po’ dentro e un po’ fuori per un sacco di tempo”.
La spiegazione è semplice, lineare, non ammette discussioni, è andata così perché è successo qualcosa che ti ha trasformato, è questa l’idea, con la i maiuscola, che spiega il tutto e non ammette repliche.
Non potevo essere nato così, lo ero diventato per colpa di qualcun altro…..
Un giorno il tuo pediatra dott. Zanetti mi dice che avevi la testa a punta, a me non sembrava neanche tanto, ma l’avevi la testa a punta e mi dice che devi essere operato (pensa Ivan che ho ancora tutte le lettere del prof Morello che ti ha operato, poi un giorno te le do)
È stata una attesa lunghissima mentre ti operavano, poi hai portato il caschetto per mesi (il caschetto esiste ancora, è in un armadio in alto e io lo scoprii da ragazzino e pensavo che servisse come casco per andare in bicicletta, mi ricordo che me lo sono messo ma era troppo piccolo e alla mie domande mia madre passò oltre e non rispose se non anni dopo)
Questa storia non è mai cambiata nel racconto e nella testa di mia madre, neanche quando già neuropsichiatra infantile gli raccontai che cosa era la craniostenosi; gli dissi che è una patologia dove l’osso si salda prima e che il mio intervento oggi è considerato quasi esclusivamente “estetico”, mia madre scuote la testa, come fanno gli adulti quando i bambini raccontano fatti fantastici che pensano reali, e abbandona il discorso, sorride e mi chiede come stanno i suoi nipoti.

Capitoletto 2 Io, bambino che cresce, che scopre e che vede tutti i giorni una cicatrice bianca su cui i capelli non si vogliono attaccare e poi arriva il giorno in cui pensa di aver capito
Non so esattamente quando mi sono reso conto che la mia cicatrice attirava sguardi, attenzioni, forse alla scuola materna, ma ero troppo preso a correre e a giocare e solo alle elementari, di fronte alle prese in giro (ti hanno aperto la testa per metterci dentro qualcosa) e alla perseveranza del taglio dei capelli sono partite le domande dei miei coetanei, e io rispondevo in maniere essenziale, ma questo non è bastato a fermare gli sguardi e le domande scomode (per me) legittime per chi mi guardava.
Da adolescente la storia è servita per immalinconire e colpire alcune giovani ragazze che mi trovavano bello anche con la cicatrice, poi i capelli lunghi, il padroneggiare con le parole un ricordo e renderlo pubblico e fonte di sarcasmo e umorismo hanno mitigato la mia paura e insicurezza nel vedermi tutte le mattine allo specchio e farmi ricordare che la cicatrice anche se ormai poco visibile era sempre là.
Qualche anno fa una mia giovane paziente alternativa con una freschezza e ingenuità tipica dell’età mi ha chiesto chi era il parrucchiere che mi aveva fatto quel lavoro in testa.
Mi sono messo a ridere nel rispondere e scuotendo la testa come si fa con i giovani le ho spiegato che era una cicatrice di un intervento dei primi anni della mia vita.
Lei attraverso i suoi piercing e i suoi capelli colorati mi ha semplice detto: bello!!!

Capitoletto 3 Io, il neuropsichiatria infantile
Un mese fa ho purtroppo assistito ad una autopsia di una bambini di tre mesi.
Mentre veniva effettuata l’autopsia mi sono reso contro che anche a me avevano inciso la cute, sollevata, portata in avanti, esposto il cranio….
E ho fatto un pensiero: noi operati di craniostenosi siamo i vivi a cui per un arco di tempo della vita (breve per fortuna) è scomparsa la faccia, che è stata ripiegata su se stessa e poi è ricomparsa.
A pensarci fa effetto.
Ieri pomeriggio ho fatto una visita: è entrato un piccolino di 14 mesi: chiedo il cognome e nome, mi sembra bellissimo e come faccio ogni volta prima di far parlare i genitori mi chiedo sempre quale sarà il motivo della visita.
Mi dice che di cognome fa Giordano, e la madre visibilmente in ansia mi dice che viene perché il figlio ha “una cresta” sulla fronte.
Ho cominciato a sorridere, e poi forse anche a ridere.
Questi due giovani genitori mi hanno guardato e per pochi secondi hanno pensato: questo è pazzo.
Ho spiegato quasi immediatamente il perché del mio sorridere ed essere così divertito da quella visita.
La madre mi ha detto che su internet ha trovato cose “allucinanti” sulla craniostenosi della metopica e voleva da me sapere se suo figlio avrebbe avuto qualche problema.
È stata una visita fatta da un lungo dialogo e sono riuscita a tranquillizzarla facendole vedere la mia cicatrice.
Andranno da un neurochirurgo, e so già che la cosa è talmente piccola che probabilmente non verrà operato.

Conclusioni
Sono molto contento, alla fine di essere qui davanti a voi perché per me è una sorta di catarsi.
Posso solo ricordavi cose che voi già conoscete che dovete ricordare quando vostro figlio diventerà grande.
Non sentitevi in colpa perché vostro figlio ha“ la testa a punta”.
Raccontate bene e con precisione a vostro figlio che cosa ha avuto, non abbiate paura a raccontarlo.
Quando diventerà grande e avrà voglia di leggere la sua storia, leggetela insieme a lui.
Fate delle foto, in modo che il ricordo non svanisca mai, io non ne ho e devo solo affidarmi ai ricordi, che per anni sono stati falsi ricordi.
Vi ricorderete per sempre dell’attesa durante l’intervento, delle paure di una trasformazione del volto di vostro figlio, ma sappiate sempre che non lo fate solo per lui, ma anche per voi e l’unico consiglio che vi posso dare è quello che mia madre, pur nella sua confusione e nei ricordi antichi mi ha detto quando le ho chiesto come ha fatto: “sai io sapevo che comunque non avrei mai mollato”, quindi vi consiglio, vi auguro, di non mollare mai.

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